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Autore Discussione: Solidarietà a don Giacomo Panizza e alla Comunità Progetto Sud  (Letto 815 volte)
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« inserito:: Mercoledì, 11/11/2009 - 23:11:42 »

Lamezia Terme (CZ), 09.11.2009 | di Toni Mira*

Lamezia, le cosche attaccano la comunità dei disabili

 
Lamezia Terme
C'è smarrimento, ma anche molto determinazione a non farsi intimidire e «ad andare avanti come prima». Il gravissimo doppio attentato non ferma la comunità "Progetto Sud" di Lamezia Terme, fondata 33 anni fa e ancora guidata dal sacerdote bresciano don Giacomo Panizza. Una realtà (fa riferimento al Cnca) di cooperative, associazioni e tante iniziative per disabili, tossicodipendenti, malati mentali, nomadi, impegnata sul fronte della legalità e della lotta alla 'ndrangheta. Questo ha dato fastidio. E non sono mancate minacce. Ma questa volta si è davvero evitata per poco una tragedia.Nella notte sono state, infatti, manomesse le auto, di proprietà di due disabili che operano nella comunità, Nunzia e Marco. Un lavoro da professionisti: sono stati infatti tagliati i cavi dei freni e manomesso l'Abs. Non un banale danneggiamento. «Non è come quando ti tagliano le ruote e non puoi partire – sottolinea don Giacomo con preoccupazione –. Se non se ne fossero accorti in tempo, e avessero tirato il freno a mano, sarebbero andati sicuramente a sbattere...». Non dice di più. Ma basta aggiungere che la sede della comunità si trova in cima a via Conforti, una strada stretta, ripidissima e con due curve a gomito e che sbocca su una strada trafficatissima. L'intenzione era proprio di fare male. Ma il messaggio è ancora più inquietante. «Così non attaccano più solo me – aggiunge don Giacomo, che è anche copresidente della Caritas diocesana – ma fanno capire di poter colpire chi vogliono, indistintamente». Anche i disabili. «Un gesto malvagio, di chiaro stampo mafioso».

Nel 2002 la comunità decise di prendere in gestione un palazzo confiscato alla potente cosca dei Torcasio che nessuno "osava" utilizzare. Sfidando i mafiosi, don Giacomo e i volontari, molti in carrozzella (in prima fila Emma Leone, da sempre la più impegnata nel settore dell'educazione alla legalità) presero possesso del palazzo. Immediate le minacce, pubbliche, esplicite. Di morte. Rivolte soprattutto al sacerdote che da allora vive sotto tutela (ora sarà migliorata e potenziata). Ma non hanno bloccato il progetto. Oggi, infatti, la casa ospita il "dopo di noi", un appartamento per disabili gravi senza famiglia, oltre ad uffici per l'handicap. Proprio lì dovevano andare a lavorare Nunzia e Marco. Ma questo può bastare a giustificare un così grave atto? «Aspetto di capire – riflette don Giacomo –. Forse ci vogliono chiedere qualcosa. Oppure abbiamo dato fastidio e dicono di fermarci...». Forse è stata la recente iniziativa della trasformazione di un terreno incolto in un bellissimo orto, con tanto di pozzo, in una zona dove domina un'altra famiglia 'ndranghetista (ci sono già stati danneggiamenti...).

Oppure il sostegno agli imprenditori antiracket. Don Giacomo ricorda in particolare il caso dell'imprenditore Rocco Mangiardi che ha avuto il coraggio non solo di denunciare ma anche di indicare, in tribunale, i suoi estorsori, appartenenti alla cosca dei Giampà. Il sacerdote gli è stato vicino, lo ha seguito in aula, provocando l'attenzione dei mafiosi. Tanti motivi, dunque, ma certo nessuno si aspettava che si arrivasse a tanto. Ma non ci si arrende. «Siamo ancora tutti molto scioccati ma siamo anche concordi nel pensare che bisogna comunque andare avanti senza lasciare che questi gesti occupino troppo spazio condizionando la nostra vita», commenta Nunzia Coppedè, che è anche presidente regionale della Federazione italiana superamento dell'handicap. E don Giacomo si rivolge a chi ha materialmente commesso l'attentato: «Avete fatto un pensiero a chi vi ha comandato di fare questo? Vi siete chiesti se vi stima? Di certo no! Chi vi comanda di "lavorare" di nascosto vi usa e getta: quanto gli importa di voi, della vostra dignità e coscienza, della vostra salute e del vostro futuro? Invece noi vi auguriamo di acquisire coraggio e speranza nella vita, provando esperienze di bene e non di male, esperienze di libertà e non di manovalanza ai boss, provando a sentire quanto sia bello vivere rispettandosi e aiutandosi a vicenda».                                 


* caporedattore Avvenire






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